Dal fiore alla celletta: il viaggio del polline nell’alveare

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la Redazione
6 marzo 2026

Le api raccolgono il polline per nutrirsi e lo trasformano in "pane d'api" attraverso una sofisticata fermentazione lattica. Un alimento prezioso, anche per noi umani

Le api raccolgono il polline dai fiori come alimento proteico fondamentale per la colonia. Le bottinatrici lo raccolgono sugli stami, lo impastano con nettare ed enzimi salivari e lo trasportano nell’alveare nelle apposite “cestelle” sulle zampe posteriori. L’impollinazione dei fiori è solo una conseguenza involontaria di questo instancabile lavoro. Quando le bottinatrici rientrano con le cestelle cariche, è sempre un segnale positivo: la colonia sta crescendo, la regina è attiva e la famiglia è in piena salute.

Una volta depositato nelle cellette del favo, il polline subisce una straordinaria trasformazione. Le api avviano un sofisticato processo di fermentazione lattica in tre fasi progressive: prima i batteri Pseudomonas consumano l’ossigeno presente; poi i Lactobacillus, in assenza di ossigeno, producono acido lattico abbassando il pH, rendendo l’ambiente ostile ai batteri patogeni; infine i lieviti Saccharomyces completano la fermentazione. In circa venti giorni il polline diventa pane d’api: un alimento ricchissimo di proteine, carboidrati, lipidi, omega-3, omega-6, vitamine e sali minerali, con una conservabilità straordinaria. Secondo la biologa Cristina Mateescu, conservato in vasetti di vetro in luogo fresco e asciutto, il pane d’api può durare fino a 17 anni.

Vale la pena sottolineare la differenza con il polline raccolto all’ingresso dell’arnia tramite apposite trappole: quest’ultimo viene sottratto alle api prima che inizi la fermentazione e quindi, pur essendo un alimento valido, risulta meno digeribile e meno ricco nutritivamente rispetto al pane d’api, che ha subito la predigestione operata dai microrganismi.

Anche noi umani possiamo beneficiare del pane d’api. L’apicoltore può estrarlo direttamente dalle cellette del favo con uno strumento appositamente ideato dal dott. Giulio Loglio, simile a una siringa, che non danneggia le cellette e permette di restituire il favo all’alveare. Il consumo consigliato è di un cucchiaio al giorno (circa 10 grammi).

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